Vita da parkrunner - 17th June 2019
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Dalla vostra inviata sul campo

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Riceviamo – e molto volentieri pubblichiamo – un gustoso resoconto di una tipica mattinata nelle vesti di Marshal a Caffarella parkrun: buona lettura!

 

Gli splendidi parkrunners passano davanti alla mia postazione come il vento: vanno ad affrontare il primo dei cinque chilometri della prova settimanale. Il terreno è insidioso, apparentemente asciutto dopo le piogge dei giorni precedenti. In realtà sotto la crosta di argilla del sentiero, che il secolare transito dei viandanti e delle pecore ha scavato nell’erba, s’agita una melma insidiosa come un budino di cioccolato. Il fango incolla le suole e schizza sulle gambe e le schiene degli atleti. Qualcuno scivola ma resiste, guadagnando con l’occhio lanciato avanti a sé una traiettoria più sicura tra i trifogli, la malva e i rafani che punteggiano il prato di giallo e viola.

 

Caffarella1

 

Lo spettacolo è impagabile: tra le siepi di rovo, ove già trionfano tra le roselline le prime more, si innalzano i rami fioriti del melo selvatico, e pendono a piccole coppie le rosse drupe del ciliegio acido. Allarmati dalla furia della corsa, centinaia di conigli di ogni colore riguadagnano la loro tranquillità sotto il piede di quelle piante impenetrabili per chiunque, ma non a loro.  Inutilmente i cani infilano i nasi tra le spine: riescono solo a vedere la sfida degli occhi rosa che li osservano pavidi dall’ombra. Prede impossibili da afferrare, e le bestie frustrate tornano uggiolando dai loro padroni.

 

Caffarella2

 

Il sole ha trionfato sulle ultime nubi del mattino, dileguandole in piccole masse spumose. Un venticello marino le sospinge via, dopo aver carezzato le rovine di Ostia antica ed esser arrivato fino alla Caffarella, a profumare di salsedine le vestigia di Egeria e Numa Pompilio. Non pioverà.

 

Caffarella3

 

Adesso comincia a fare più caldo, e i corridori sono al secondo chilometro. Io intanto veglio sul sentiero affidato alle mie cure, controllando che resti libero e sicuro per le prime locomotive umane che in un quarto d’ora circa abitualmente completano il percorso. Quando passano davanti a me sono come drogati dalla concentrazione sul passo e dal controllo della fatica, e non vedono nulla: tocca a me indicare loro la direzione giusta, perché non riconoscono quasi a ritroso il percorso fatto poco prima, né si curano di qualunque cosa si frapponga tra di essi ed il traguardo che dista un ultimo agognato chilometro. Ma sono ancora lontani, per il momento. Occhiata allo schermo del cellulare: le nove e dieci, c’è ancora tempo. Passa una squadra di ciclisti, e li avviso della presenza di corridori; do il via libera alla solita panda sconquassata del pastore della Vaccareccia, nessuno deve più attraversare la stradina; invito i proprietari dei cani a tenerli al guinzaglio, perché non si intrufolino tra le gambe dei concorrenti facendoli inciampare.

 

Caffarella4

 

C’è chi mi dà retta e chi nemmeno mi risponde, del resto il parco è di tutti, e posso solo dare amabilmente consigli di prudenza sulla gestione degli spazi. Il tempo clemente ha invitato ad uscire dalle proprie case una grande quantità di persone, quindi sono attentissima. Ecco un gruppo armato di bacchette, l’istruttore dà il ritmo con comandi silenziosi: ne ammiro la disciplina, anche se non si può parlare di gesto atletico. Il nordic mi ricorda un po’ lo sci di fondo, il movimento delle braccia è fondamentale e potente nel puntamento sul terreno; costoro invece trascinano quasi i bastoni, producendo un raschìo sul cemento del viale. Con preoccupazione constato che si sono fermati, dandomi le spalle, proprio sull’inserzione del nostro percorso che è evidenziato dalle paline disposte ad orientare i partecipanti. Mi sono transitati davanti silenziosamente, perciò non ho capito di che nazionalità siano queste persone e quale lingua parlino.

 

Caffarella5

 

Vincendo la timidezza e il riserbo inculcatomi da un’educazione d’altri tempi, oso gridare con una vocina che mi sembra impotente già mentre mi ascolto: signore, ehi signore, ehi mister. Niente, non mi danno ascolto. Sicuramente i primi corridori stanno per arrivare al bivio e si scontreranno con questa muraglia umana e qualcuno si farà male. Parecchi quando tragittano per di qua, vedendo le paline e il mio gilet giallo, mi chiedono: c’è una gara? Allora mi dilungo spiegando che non è una competizione, è il parkrun, che si fa tutti i sabati, che ci si iscrive gratuitamente sul sito e che si corre in tutto il mondo alla stessa ora, correndo, camminando, con cane al guinzaglio o spingendo il passeggino con il proprio pargolo. Agli stranieri basta la parola, ed annuiscono: I know, beautiful! E proseguono la loro passeggiata con circospezione. Ma come faccio in così poco tempo a spiegare tutto ciò ai nuovi arrivati?  qualche passo verso di loro e arrivo a sfiorare la spalla della donna più vicina, un’anzianotta con i capelli rosso slavato: un’italiana non tollererebbe dal proprio parrucchiere una tonalità del genere, tuttavia mi esprimo lo stesso nella mia lingua. Signora, potreste per favore spostarvi solo un poco? chiedo concitatamente, c’è il parkrun! Qui arrivano correndo molto forte!  Oddio come si dice passaggio in inglese, mi viene in mente bridge. L’altro sabato un mountainbiker non aveva capito le mie indicazioni, tutto preso com’era dalla sua performance, e quasi monta sopra ad uno dei nostri.

La donna sembra assente, ma non è seccata che io la abbia toccata, e anche quello che mi sembra a capo del gruppo guarda con interesse il display del suo cellulare come se io non esistessi.  Con terrore visualizzo il sentierino dal quale tra pochi istanti appariranno fumanti i più veloci, tesi nello spasimo di superare nell’ultima salita le pietre smottanti sotto le suole di gomma, e solo per superare il limite con sé stessi. A volte nell’angustia del sentiero due che sembrano antagonisti stanno invece gomito a gomito senza acrimonia, incoraggiandosi vicendevolmente e girando la curva in perfetta sincronica armonia. La gara la fanno solo con il proprio cronometro: bramano arrivare al finish per sapere in quanto tempo abbiano completato il percorso, e se siano migliorati dall’ultima volta. Al traguardo c’è sempre fermento; la gente socializza, persone che si vedono per la prima volta si confrontano, si danno pacche sulle spalle, riescono ad intendersi parlando un esperanto di gesti misti ad un inglese creativo.

 

Caffarella6

 

Per ora il sentiero è deserto, ma il gruppo staziona ancora sul varco, attendendo da chi lo guida un comando che non arriva. Poi con una una voce stranissima la signora dai capelli arancio mi dice, articolando ogni singola lettera tra le labbra dipinte: g- a- r- a.  Subito le fanno eco nello stesso strano suono gutturale gli altri, in un canone atonale: g- a- r- a, g- a- r- a. Come una docile mandria si spostano tutti insieme: sono un’umanità variegata e felice di stare al mondo, nonostante non siano giovani, tutt’altro che belli e irrimediabilmente sordi. Cos’è il parkrun nella lingua dei segni tenterò di spiegarlo quando ripasseranno di qua. Si avviano con metodo, nello sferragliare dei loro bastoni sul terreno pietroso, sotto la galleria ombrosa dei rami di sambuco avviluppati dall’edera, con la gioia negli occhi per tutto ciò che li circonda. Non sentono il concerto dei merli né lo stormire delle foglie, né il crepitate delle canne sotto il vento, né il canto del ruscello; tuttavia sono grati, chi al suo Dio, chi al Nume della natura, di quello che stanno godendo. Devo prendere esempio.

 

Ecco che irrompe nel bivio il primo runner, esita solo un attimo sulla direzione da prendere e al mio ehi, ehi, per di qua! corre dritto verso la mèta. Mi passa davanti stravolto; tuttavia, mentre butta fuori l’aria dai polmoni, riesce ad esalare: crazie marscial.

 

Laura Avancini

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